GammaPhi - Qualcosa di me e sulle opere

BIOGRAFIA

Giada Fedeli è nata a Volterra il 7 Gennaio 1984.
Si è diplomata presso il Liceo Scientifico G. Carducci di Volterra. Attualmente è inscritta al Corso di Laurea in Cineme Musica e Teatro presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa.
E-mail: giada@gammaphi.it

METAMORFOSI di Cristina Olivieri

Rappresentare l'interiorità, far emergere la parte nascosta del proprio io per glorificare l'ambigua propensione femminile alla tolleranza della verità. E' con questo messaggio di fondo che Giada Fedeli crea i suoi lavori abitando in scenari minimali i suoi grandi volti scavati di pensieri e sguardi, a volte profondi, a volte profondamente disarmanti nel loro cieco chiudersi di fronte agli spettatori, ospiti privilegiati di una disumanizzazione che è prima di tutto perdita dell'identità.
Eppure lo stile di Giada Fedeli è minutamente descrittivo, attentamente documentaristico nella definizione dei particolari, ricco di dettagli, compiaciuto nella ricerca di un'armonia compositiva che privilegia impostazioni centrali ed equilibrate asimmetrie.
Come fermare il tempo aiuta a meditare sui particolari che permettono di accedere a una forma superiore di conoscenza di sè e del mondo, così l'unità di sensi concentrata nei simboli che l'artista sceglie per i suoi quadri si frantuma in due prospezioni: da una parte la consapevolezza che ispira l'opera psichica, sensoriale e intuitiva, dall'altra parte la realtà che è qualità della visione e percezione del mondo: critica, razionale e cognitiva. Una metamorfosi dell'io, un'oscillazione ambigua di razionalità ed emozioni, che l'artista riesce a trasferire sulla tela.
Come per effetto di un infantile horror vacui, la tela è completamente ricoperta dai segni e dal colore, ridondante di tonalità smaglianti, secondo una vena ispirativa quasi folkloristica che affonda le sue radici nelle antiche tradizioni popolari arricchite di simboli, conferendo ai dipinti di Giada Fedeli una visione pluri-prospettica e parallela della realtà e del sogno.
La stessa associazione fra la madre-dea con il simbolo pesce-fertilità è evidente fra i simboli che l'artista raffigura, come pure la chiocciola che evoca il lento percorso spirituale, il processo di iniziazione che esige tempo e pazienza e richiama al mito di Penelope e Ulisse.
Ciò che, in tanta semplicità espressiva, introduce una nota di straniante originalità, che ci fa capire che siamo davanti ad una pittura colta e raffinata molto più di quanto voglia sembrare, è l'abilità nel mediare la presenza di elementi fantastici ed oggetti comuni in apparente incongruenza, l'accostamento di rappresentazioni francamente anatomiche, riflessioni sulla potenza della sessualità, sulla fisicità, sulla carnalità, con richiami e riferimenti alla psicologia, all'identità, secondo una capacità di sintesi del tutto personale di impronta metafisica e surrealista.
Emerge tra le opere il mito ovidiano di Narciso colto nella sua accezione forse più drammatica: è il "rischio del fallimento" che genera nell'individuo un sentimento di dolore, che istintivamente egli prova a debellare rifiutando di correre questo rischio: il rifiuto della sofferenza esclude a priori la possibilità di avere un successo: per non rischiare il fallimento finisce per tradire se stesso separandosi dalla propria immagine.
Giada Fedeli però rilegge questo e altre eco di miti classici che affollano le sue visioni pittoriche.
Qui esplode in tutta la sua ammaliante "follia" la contrapposizione tra la donna (madre o amante, oscenamente disinibita nelle sue pose, anche le più caste) e l'uomo, ridotto a simbolo (ora melograno − prosperità e fertilità, cielo, nuvola, sfera, albero ...) che − è solo una delle possibili chiavi di lettura che l'artista offre al suo pubblico - cerca di abbeverarsi e succhiare la vita insinuandosi nel quadro e nei sogni che tentano la donna da una finestra, o da uno scorcio surreale e improvviso, cercando una metamorfosi impossibile che finisce per sublimarsi nel disagio della donna che lo aspetta (o che lo teme?).

LETTURA DI AUTORITRATTO di Valentina Bartalesi Lenzi

autoritratto

"Eppure io, in questo momento, non lo so proprio se voglio smettere di sognare per ricadere in questa scontata e superficiale realtà fatta di sentimenti di plastica e di preservativi usati solo per conservare un po' di se stessi. Infondo, io sono fatta per le affinità elettive, non per semplici relazioni pericolose. Io sono con Colette, Chéri, sono per il romanzo agli antipodi del concesso, al limite del dicibile. Io sono per il racconto le cui parole non si percepiscono solo con l'udito ma con tutti e cinque i sensi. E certe volte le parole sono così piene di vita da diventare la mia musica e allora a me non resta che chiudere gli occhi per perdermi tra le mille linee in ordine sparso delle miei storie, dimenticandomi che non sono reale, che non sono di questo tempo, che non sono qui." Una madonna profana, concreta, pragmatica, dai capelli neri che, come un'aureola, sono il marchio a fuoco della santità. Capelli neri come la malasorte, come la morte, come l' occhio cerchiato che mi guarda diritta in faccia. Dal suo unico occhio aperto, questa donna, contempla reali distese illuminate di rosso e di verde. D'erba e di fragole. è sicura seguendo linee dritte come i suoi contorni, le sue golature. Ma una seconda aureola avvolge quella testa fiera e composta e con fermezza ne delinea la percettiva complicatezza. Un cerchio di luce, grande, avvolgente, e blu. Blu come il colore dei sogni, del cielo notturno, dell'introspezione e dell'infinito. Come il colore della magia. Blu come le sfumature che indovino sulla palpebra dell'occhio chiuso, quello che, mistico, guarda qualcosa, là dentro. Questo è l'occhio che si perde sognando del mare, blu e lucente sotto un cielo di stelle. Ha idee precise e decise, questa donna, di giorno. Ma poi arriva la notte e la fortezza della sua ragione crolla, senza troppi lamenti, davanti ai colori confusi e mescolati del sogno. Si lascia trasportare, e tra ricordi e dimenticanze, ritrova una vita fatta di attimi che si lasciano e si uniscono nel divenire di un'emozione. Le sue vesti prendono i colori intrecciati delle zingare del deserto e il suo corpo si riscopre primitivo, capace di metamorfosi e mutazioni naturali. E così le mani diventano piante, verde brillante, impreziosite da anelli di bacche rosse come l'amore e come l'inferno. è un percorso verticale il suo, dalla ragione alla passione. Dal definito all'indefinito. Dal sicuro all'incerto. Dalla terra al cielo. Dall'alto al basso. Dalla volontà ai desideri. Tutto questo sullo sfondo di un cielo nero, come il mistero e come la vita, dove le aureole si dissolvono, dove la ragione e il sogno si perdono in un dispiacere, per un tempo indefinito. Dove nella confusione della descrizione di un attimo non si trovano strade né sentieri. Ogni tanto succede, lei lo sa. Eppure qualcosa oltre la linea di confine che volge all'azzurro, riesce ancora a scorgerla, una pennellata di verde. Di speranza. Un'eco speculare esistente anche nella realtà nel momento esatto in cui si fa magia. E allora, la staticità dello sfondo si fa movimento, avvolgente e fluido, le linee rette diventano curve, e il suo grembo, mente lei si ritira e risale, si fa profondo e pronto ad accogliere la vita. Questa donna, per un attimo, ai miei occhi si trasforma in una trecentesca madonna del parto. Ma come se intuisse i miei pensieri, punta diritto il suo occhio nel mio, perché un occhio l'ho chiuso anch'io, d'istinto, e con aria sognante e una voce ammiccante mi sussurra: "Vorrei qualcuno che entrasse nel mio sangue e ci rimanesse. Vorrei generare e al contempo essere generata. Vorrei sentire che qualcosa, qualcuno cresce in me. Ma non vorrei un figlio, non ora".

TRA INQUIETUDINE E SERENITA' del Professor Enrico Triolo

A tutta prima Giada esprime una pittura agitata, cruda, strana, talvolta pare addirittura violenta. Mi è occorso un certo tempo per trovare l'orientamento, per cogliere nei lavori il quadro, ma in seguito ho veduto: ho visto le opere, ognuna separatamente e tutte insieme e ho capito la potenza dello spirito umano che ha saputo modellare la natura e il senso vero che rivela. L'artista non si è immedesimata nella natura, ma ha immedesimato la natura in sé l'ha costretta a piegarsi, a modellarsi secondo le forme del suo pensiero, a seguirlo nelle sue impennate, a subire, persino, violente deformazioni. Da questa inquietudine emerge una sensibilità fuori dal comune: sfavillanti e sfolgoranti sinfonie di colori e di linee ti colpiscono. Attento, però, queste sinfonie non sono nel lavoro dell'artista semplici mezzi espressivi, essi sono processi di simbolizzazione. A partire dall'archetipo femminile della dea madre che è sempre presente nella sua opera, proposto spesso con colori accesi e stridenti alla ricerca di armonie cromatiche nuove e personali. E sono proprio queste armonie che costituiscono ciò che di più convincente c'è nella sua arte: essi ci riportano in un mondo ignoto che attrae lo sguardo senza che vi si noti alcuna particolare deformazione. Nelle sue astrazioni, per esempio, abbondano allusioni di carattere sessuale, ma lei ce le porge senza insistervi troppo, come già digerite. Per questa artista l'arte è il fantasioso puro che accoglie e trasmette le incertezze dell'anima, i dubbi esistenziali e il peso degli strappi ai quali non si può sfuggire. Tuttavia, gli occhi delle sue opere, uno aperto e l'altro chiuso, ci avvertono senza dubbio che la pittura, per Giada, significa accettare le sfide che tutti i giorni la vita ci impone, ma i suoi colori sono la ricerca della serenità.